La nostra volontaria, Adriana, ci scrive un bellissimo racconto intenso di emozioni e suggestioni per raccontarci di Gaza…
Dopo due anni passati qui, mi sento troppo dentro a questa realta’ complessa per poterla descrivere con un occhio esterno e abbastanza lucidita’……
A inizio settembre e’ finito il Ramadan e la vita riprende a scorrere con il suo ritmo normale.. le scuole riaprono e le strade sono invase da piccoletti con lo zainone in spalla che sbucano ovunque e ti attraversano la strada all’improvviso, per le strade polverose riprende la frenesia della gente indaffarata a vendere, fermare i taxi, trasportare di tutto e di piú sui carretti trainati dagli asini.
L’atmosfera del Ramadan é bizzarra, la vita dell’intera collettivitá si trasforma e tutto si svolge in funzione di questa sorta di follia collettiva. Le strade la mattina sono deserte…niente piú falafari, le serrande di ristoranti e caffetterie sono chiuse, e chi non lavora evita di uscire di casa. L’orario di lavoro si riduce. Perfino il tramonto è stato anticipato, sia l’ANP che Hamas hanno fin dal primo giorno di ramadan introdotto l’ora legale per anticipare di un’ora il tramonto!
C’è questa condivisione della sofferenza del digiuno e diciamo anche una buona dose di vittimismo generale. Ma alla fine a tutti piace fare Ramadan e qui a Gaza si sente davvero tanto. E’ un mese di public relations in cui si passano tutte le serate insieme in famiglia tra visite di parenti, amici e conoscenti. E con le famiglie allargate che hanno qui un mese é proprio il minimo indispensabile…
La giornata inizia nel cuore della notte quando la gente si sveglia verso le 3 del mattino per mangiare prima dell’alba, molti quindi dormono pochissimo. Il digiuno prevede niente acqua, cibo, sigarette dall’alba fino al tramonto. La sera grandi mangiate. Tutti sostengono con convinzione il Ramadan faccia molto bene alla salute… Infatti un amico mi raccontava che lui prima dell’alba si fuma anche quelle tre/barra/quattro sigarette per iniziare la giornata col piede giusto : ) Potete poi immaginare le salutari conseguenze di non poter neanche bere per 16 ore consecutive con 40 gradi all’ombra… difatti la “trasformazione ramadan” prevede anche: zombi barcollanti, gente accasciata qua e la, persone che dormono in giro, nervosismo facile, colleghi di lavoro sull’orlo dello svenimento per la fame e per il sonno che ti guardano con gli occhi rossi di fuori con lo sguardo assente… e tu nel tuo stato di normalitá per ogni cosa che ti viene in mente di fare pensi…inshalla ia famo…no nun ia famo…e ti arrendi in men che non si dica.
Il canto dei muezzin al tramonto è il segnale che si mangia e che puó avere inizio l’iftar, la colazione. Nei quindici minuti prima dell’iftar è consigliabile non guidare né prendere nessun taxi, le automobili, che qui a Gaza di solito vanno pianissimo, iniziano a sfrecciare per le strade, perchè tutti corrono a gambe levate a casa a mangiare. La tavola a casa e nei ristoranti é giá pronta e i piatti giá pieni…appena il canto del muezzin riempie il cielo, è certo che tutti in quell’istante stanno infilando la forchetta nel piatto e per qualche ora tutto si ferma, silenzio totale.
Prima del Ramadan l’estate gazawi era giá esplosa da tempo, con la fine delle scuole a giugno. Il mese di luglio è stato il mese in cui si sono concentrati tutti i matrimoni e per le strade i cortei di macchine preceduti dal classico furgone aperto con banda musicale e tamburi sono stati un continuo.
È iniziata anche la vita da spiaggia. La spiaggia diventa un po’ come la riviera romagnola, nel senso che lungo tutta la costa aprono le “stazioni balneari”, ma in stile gazauro e con tutt’un altro un ritmo rispetto al nostro. Qui infatti di giorno le spiaggie sono semi deserte e si riempiono a partire dal tardo pomeriggio verso il tramonto, perché la gente va in cerca dell’aria fresca per cacciare via il caldo soffocante della giornata. Si trovano famiglie intere con contenitori di cibo, gruppi di amici che fumano l’arghile, una marea di bambini. E la sera finalmente si fa anche il bagno. Anche le donne, rigorsamente vestite e velate, prendono le onde a riva o si siedono in acqua. Diciamo che non c’è l’ossessione che abbiamo noi per la tintarella, visto che l’opzione bikini non è contemplata e che oltretutto le donne evitano in qualsiasi modo il sole anche per evitare di diventare piú scure…e sí qui piú bianco è piú bello, e le donne rifuggono il sole nel modo piú assoluto. Ormai ho imparato ad apprezzare gli orari da spiaggia gazawi e specialmente lo stare in spiaggia al tramonto. Il tramonto di gaza è uno spettacolo meraviglioso, il sole rosso fuoco rimane per un po’ sospeso all’orizzonte e poi sparisce nel mare.
Quando vedo la gente che si diverte e trova un po’ spensieratezza in spiaggia mi rendo conto che avere il mare sotto assedio vuol dire tanto. Il mare amplia l’orizzonte. Seppure, come sapete, in questa occupazione criminale anche il mare è sotto assedio. E cosí tutte le sere l’inganno é presto svelato e quando i pescatori vanno in mare appare nel buio la loro fila, composta, di luci a poco piú di due chilometri dalla riva. A tre miglia ci sono le navi militari israeliane pronte ad attaccarli. Tre miglia non sono niente, le gunboat si vedono ad occhio nudo dalla riva.
Difficile ritornare a Gaza dopo l’uccisione di Vittorio. Rimettere piede in questo luogo in cui ho sempre trovato una grande accoglienza, in cui è cosí facile sentirsi a casa e affezionarsi ai luoghi e alle persone, cosí come lo è stato per Vittorio, e allo stesso tempo provare senza indugio fiducia nel prossimo. Tutto ribaltato, tutto al rovescio. Mai si era arrivati a tanto. E cosí si deve prendere atto anche dell’esistenza di persone, seppure pochissime, il cui pensiero ci è ignaro cosí come lo è anche alla maggioranza dei palestinesi. E vacilla quella certezza “rassicurante” che il pericolo sia solo esterno. Non ci sono spiegazioni logiche per quanto é successo, penso che si possa trovare un senso solo osservando il quadro di follia generale di questo luogo…dopo una vita sotto occupazione e quattro anni di assedio..qui le persone, anche quelle che conducono una vita normale, normali non lo sono. A Gaza tutto ha la parvenza di essere normale, la vita va avanti, i bambini escono da scuola, i negozi sono stracolmi di merci, le strade brulicano di gente, di carretti con gli asini e auto, d’estate le spiagge si riempiono. Tutto sembra normale, eppure nulla è normale…
Piú sto qui, piú sento e conosco le persone qui a Gaza ed entro dentro le loro storie e piú me ne rendo conto. E’ pazzesco l’equilibrio precario su cui si regge l’umanitá di Gaza. Pensate che con chiunque, chiunque, voi parliate avete di fronte qualcuno che vi racconterá di aver perso in diverse occasioni un familare, un amico o un conoscente, che ha un martire in famiglia o tra gli amici, che ha ancora vivido il ricordo della paura delle bombe, dei tank e dei bull dozer che per tre settimane hanno seminato morte e distruzione durante piombo fuso, che ha ancora vivido il ricordo della Gaza occupata dalle colonie (8000 coloni sul 48% del territorio della striscia) piena militari israeliani, dei check point e della violenza subita chissá quante volte e fin da piccoli dai soldati. Penso che da tutto questo non se ne possa uscire completamente sani di mente. E allora bisogna andare oltre questa parvenza di normalitá e capire fino in fondo che a Gaza c’è ben poco di normale. Che vivere al limite della sopravvivenza non significa che se si tira a campare in fondo vuol dire che non stanno messi poi cosí male. Non è vita, non è dignitá questa. Nelle case ci sono ogni giorno tagli dell’elettricita’ per almeno otto ore e nelle aree lontane dai centri abitati anche l’acqua viene distruita a zone. L’assedio, l’occupazione militare hanno imposto un de-sviluppo che ha frenato un’intera societá e generato una situazione di povertá estrema che non avrebbe modo di esistere se l’economia di Gaza fosse aperta al mondo.E nonostante tutto resta sorprendente la capacitá di resistenza e l’intraprendenza della gente di Gaza. I tunnel lungo la frontiera con l’Egitto alimentano questo apparente stato di sopravvivenza, ma che i negozi siano strapieni delle merci che entrano dai tunnel non significa molto se il 70% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertá. Ma soprattutto l’assedio, l’occupazione colpiscono ai nervi, ai sentimenti, alle relazioni umane delle persone. Se penso ai ragazzi e alle ragazze che conosco sono sul punto di esplodere. I giovani non hanno vie sfogo nè un futuro davanti, anche se riescono a studiare non c’è lavoro e riuscire ad andare via è difficilissimo. Ho scoperto che tanti qui a Gaza prendono il tramadol, uno psicofarmaco che è in circolazione da qualche anno.
L’assedio fuori, l’assedio dentro. Hamas ha perso il rispetto e la considerazione di cui aveva sempre goduto come movimento di resistenza popolare e grazie a cui ha vinto le elezioni democratiche del 2006. Certo non bisogna dimenticare che la condanna internazionale alla vittoria democratica alle elezioni di Hamas e il gioco dell’occupazione israeliana del divide et impera hanno contribuito al rafforzamento di Hamas e alla sua trasformazione in senso autoritario. Aggiungete poi i soliti inconvenienti che spesso sorgono quando l’uomo si trova a gestire il potere…
Purtroppo sono riusciti davvero a spaccare la societá palestinese. Mentre al Cairo si parla di questa riconciliazione farsa tra Hamas e Fatah, la spaccatura interna che si è creata dopo gli scontri armati tra Hamas e Fatah nel giugno del 2007 è ben lungi dall’essere sanata, cosí come la diffidenza tra la gente.
Ci si fida della propria famiglia e di pochi amici. Prima di poterti fidare di una persona devi sapere esattamente chi è, da dove viene, a quale famiglia appartiene, chi frequenta e conosce…e cosí ognuno ha il suo circolo chiuso e ristrettissimo di relazioni sociali. Da quando sono iniziati gli incontri di “riconciliazione”, per la prima volta dopo quattro anni a Gaza sono comparse per le strade e sui tetti delle case in tutta la striscia le bandiere gialle di Fatah. Fa effetto…eppure resta solo un segnale apparente. (Il primo giorno degli incontri al cairo…mi ha fatto un sacco ridere vedere in giro piú di un ragazzino che in una mano sventolava la bandiera gialla di Fatah e nell’altra quella del Real Madrid!..c’era da poco stata una partita di calcio importante, ndr).
Un mio amico del PFLP (fronte popolare per la liberazione della palestina, partito comunista), mi raccontava che prima del 2006, Hamas era davvero rispettato come movimento di resistenza. Le azioni di resistenza di Hamas sono sempre state le piú numerose, cosí come il numero dei suoi martiri. All’epoca tutti i martiri anche quelli di Hamas erano rispettati, anche dagli altri gruppi politici. E cosí mi diceva che fino a qualche anno fa lui era il primo ad andare a qualsiasi processione per un martire, anche di Hamas. C’era un fronte comune nella resistenza contro l’occupante. Non è piú cosí e si è perso di vista il nemico.
Ora Hamas sta rendendo la vita impossibile a molta gente, a tutti quelli che non stanno dalla sua parte. Questa divisione interna tra componente politica e quella armata degli Ezzedin Al Qassam complica ancora di piú la situazione. Il braccio armato di Hamas la fa da padrone e i leader politici di hamas non hanno molta di autoritá su di esso. Anche l’internal security é sotto il controllo dei qassam, indi per cui controllano, hanno spie nei luoghi pubblici, arrestano e interrogano persone come gli pare e piace a volte anche solo perché non hanno uno stile di vita “consono” alla tradizione religiosa. Solo qualche giorno fa hanno arrestato un ragazzo e interrogato un’amica che tengono d’occhio da un po’ per questa ragione. Hanno raggiunto dei livelli di controllo allucinanti, soffocanti.
Sono cinque mesi dalla morte di Vittorio. Quando sono ritornata a inizio maggio la tristezza nell’aria era forte. È facile immaginerselo qui…nei luoghi dove capitava di incontrarlo, lungo la strada del porto, seduto nel solito locale sul mare a scrivere i suoi articoli o fare le riunioni con gli altri dell’International Solidarity Movement. E spesso lo si incontra nelle persone che gli volevano bene e conoscevano il suo impegno per Gaza. Jaber è un contadino che vive nella buffer zone di Khan Younis e che era molto legato a Vittorio. Nel suo giardino di casa ha costruito una tomba per Vittorio. Da casa sua il confine è molto vicino, si vede a vista d’occhio. Nonostante piú volte le incursioni gli abbiano rovinato casa e terreno lui e sua moglie Leila l’hanno riricostruita e hanno piu volte ripiantato. Rimangono, sanno che se abbandonano la loro terra la perderanno. Leila peró tutte le sere va a dormire con i figli nel centro abitato perchè passare la notte nella casa è pericoloso e ne hanno giá viste troppe. Sono le persone come loro che ti danno la misura della profonda dignitá di molta gente qui a Gaza, nella povertá causata dall’occupazione, a testa alta. Ed è lí che trovi il senso delle cose e di cosa vuol dire resistere.
Purtroppo non tutti hanno le risorse per andare avanti come Jaber e Leila. Mi ha colpito tanto un contadino che ho conosciuto sempre nella buffer zone di Khan Yunis a cui volevamo dare una mano con il progetto che sto seguendo nelle aree rurali del sud. L’abbiamo incontrato di fronte alla sua casa di due piani… crollata su se stessa per l’attacco di un bulldozer che in piú gli ha distrutto i campi e buttato giú tutti gli alberi da frutto e gli olivi. Gli abbiamo chiesto che semi e alberi potevamo dargli per ricoltivarla e lui ci ha risposto: “Guardate mi hanno distrutto tutto, tutto il lavoro di una vita, non ho piú niente. Non voglio niente da voi, non voglio ripiantare, sono stanco, non voglio vedere di nuovo il mio lavoro distrutto”.
Il processo contro i responsabili dell’uccisione di Vittorio e’ iniziato. Giovedi’ scorso sono andata alla seconda udienza. Il processo e’ condotto dal tribunale militare contro 4 imputati, di cui tre accusati di rapimento e omicidio, e uno di aver affittato il luogo dove hanno portato Vittorio. Dopo i primi due dibattimenti siamo ancora a monte della vera questione, fermi al riconoscimento delle dichiarazioni degli imputati, della validita’ degli interrogatori e delle prove fornite dal pubblico ministero e ce ne vorra’ di tempo prima di arrivare al punto…Purtroppo il presentimento e’ che non ci sia da fare troppo affidamento su questo processo, tanto piu che il centro per i diritti umani di gaza che ha ricevuto la delega a rapprentarli da parte della famiglia di vittorio non si e’ potuta costituire come parte civile (per una legge di hamas che stabilisce che nella corte militare cio non puo’ avvenire) e sono stati invitati a partecipare solo come osservatori. Chi vuole saperne di piu continui a seguire gli articoli di Michele Giorgio sul manifesto e su nena news per i dettagli, lui e’ stato sempre presente alle udienze e segue il processo da vicino.
A giugno e’ stato organizzato un campo estivo per 60 bambini in nome di Vittorio, da un suo amico e dalla sua associazione di giovani volontari di Beit Hanoun. Ho portato a destinazione la bandiera del laboratorio “restiamo umani” che ha raggiunto il porto di Gaza e il campo estivo . E’ stato emozionante sentire i bambini cantare bella ciao e gridare il nome di Vittorio.
Un abbraccio,
Adriana

